Pinocchio entra in carcere. E non solo come personaggio, ma come metafora dell’errore, del giudizio e del percorso necessario per diventare una persona nuova. È il centro di Pinocchio e il suo doppio, lo spettacolo diretto da Daniele Giuliani, anche autore della drammaturgia, che sarà presentato in anteprima il 23 ottobre nella Casa Circondariale C. Satta di Ferrara.
Lo spettacolo nasce all’interno del progetto di formazione professionale che coinvolge i detenuti e che da oltre vent’anni rappresenta uno dei percorsi più consolidati di teatro all’interno del carcere. L’anteprima apre la VI edizione di Trasparenze di Teatro Carcere, organizzata dal Teatro del Pratello di Bologna.
Il 5 novembre, alle 20.30, lo spettacolo sarà nuovamente rappresentato al Teatro Comunale Claudio Abbado, portando così fuori dal carcere un lavoro costruito al suo interno, davanti al pubblico della città.
Con Daniele Giuliani abbiamo parlato di Pinocchio, del teatro e del senso della rieducazione.
Perché proprio Pinocchio?
Pinocchio è un multiverso. È l’eterno bambino e, in quanto bambino, conserva un’innocenza che continuamente entra in rapporto con l’errore, con la colpa e con il giudizio. È una storia di formazione che si adatta perfettamente alla condizione della reclusione, dove la crescita passa necessariamente attraverso l’errore e l’esperienza, proprio come accade al personaggio di Collodi.
Il titolo richiama anche Artaud: il teatro e il suo doppio, quindi Pinocchio e il suo doppio. Chi è oggi il doppio di Pinocchio?
Il doppio è la distanza tra quello che siamo e l’immagine che gli altri ci attribuiscono. È lo spazio tra la nostra identità e il giudizio che riceviamo. Nel contesto del carcere, questa distanza diventa ancora più evidente: chi è il detenuto prima e dopo la condanna? Il doppio è quella continua oscillazione tra il sé autentico e il sé visto dagli altri.
Il testo di Collodi è anche un viaggio attraverso errori e punizioni. Allora la domanda è inevitabile: perché questa storia dentro un carcere?
Perché il carcere è il luogo dove l’errore diventa visibile, dove il giudizio è concreto e dove la punizione è reale. Ma è anche il luogo dove, almeno in teoria, dovrebbe iniziare il percorso di rieducazione. Pinocchio cresce attraverso le sue esperienze, sbagliando e imparando. In carcere, il teatro può diventare uno spazio simile: un luogo dove l’errore viene raccontato, compreso e trasformato in esperienza.
Il laboratorio teatrale coinvolge i reclusi. Chi di loro è Pinocchio?
Loro sono tutti Pinocchio, un bambino ribelle che spezza i fili che lo imprigionano e cerca il proprio posto nel mondo.
Un nodo centrale della storia è l’errore. Un altro è la colpa. Cosa sono per lei, oggi?
“Errore” deriva dal latino errare, che significa sbagliare e anche vagare. È una condizione universale: tutti sbagliamo e tutti cerchiamo una direzione. La colpa, invece, è legata al giudizio e alla responsabilità. Può diventare un peso che immobilizza, ma anche una presa di coscienza che porta a cambiare.
La nostra Costituzione, all’articolo 27, parla di pene che devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma chi esce dal carcere deve fare i conti anche con lo sguardo degli altri. Come si ricomincia quando lo spettacolo è finito e il teatro non c’è più?
Questo è il nodo più difficile. Il teatro offre uno spazio protetto dove raccontarsi e sperimentare nuove identità, ma la vita fuori è molto più dura. Chi ha trascorso anni in prigione incontra spesso grandi difficoltà nel ricostruire la propria vita. Lo sguardo degli altri continua a pesare e la società non sempre è pronta ad accogliere chi ha sbagliato. Eppure, la rieducazione dovrebbe essere un percorso di riconciliazione con sé stessi e con gli altri. Il teatro può essere un inizio, ma non basta: servono opportunità reali di reinserimento e una società capace di guardare oltre la colpa.